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Rete Regionale contro la guerra                                                      info@disarmolombardia.org

Presentazione delle proposte di modifica della Legge Regionale 6/94 per il suo rilancio.

Auditorium del Consiglio Regionale, via Fabio Filzi, 29, Milano, 15.12.2004

Intervento di don Raffaello Ciccone 

(Responsabile della Pastorale del lavoro - Milano)

Non entro nel merito della legge, che è molto complessa e puntuale. Non ho competenze per addentrarmi, ma ritengo uno sforzo importante riportarla nel Consiglio della Regione Lombarda e farla maturare all’interno di una sensibilità. Le leggi hanno una grande importanza sui criteri di vita, poiché fare una legge significa immettere un significato più profondo e condiviso nel tessuto della comunità civica. Per questo ritengo importante che si vada avanti con questo lavoro. Il mio intervento si limiterà ad un breve commento di un famoso brano di Isaia, che mi sembra possa entrare nella discussione che si è aperta.

“Verranno molti popoli e diranno: Venite, saliamo sul monte del Signore” (Is 2,3).

Il passo esprime la pace come un trovarsi insieme, mentre la guerra è un dividere, un disperdersi in gruppi armati l’un contro l’altro.

“Al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”.

La pace è una continua ricerca di senso, di criteri e non si accontenta. Mentre la guerra si accontenta delle uniche proprie ragioni (ho la mia idea, ho ragione io, ho il mio potere e decido!), la pace non si può mai accontentare delle prime motivazioni, ma continuamente cerca motivazioni più profonde. Questa ricerca fa entrare nel rapporto con l’altro.

“Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore”.

Finché c’è guerra a Gerusalemme pare che non potrà esserci pace nel mondo.

“Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli”.

E’ molto importante il condizionarci nel dire che io non ho tutte le ragioni, che c’è forse qualcun altro che può portare nuove motivazioni e significati e che, credente o non credente, le mie ragioni non sono mai complete o perfette.

“Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci”.

In primo luogo c’è un problema di conversione di cuori, che nasce dall’educazione, dal preoccuparci di aiutare, di educare, di cercare i perché.

Ricordiamoci le parole di don Milani che, nella lettera ai giudici, afferma che “ognuno deve capire il perché”. Bisogna fare attenzione alla scuola perché aiuti ad essere critici, a capire il senso e le cause dei fatti. La televisione dovrebbe aiutare la comunicazione e aiutare nella ricerca. La conversione del cuore è l’origine della pace, altrimenti diventa un interesse. Basta pensare alla guerra fredda. Allora c’era la pace perché c’era anche interesse a non scontrarsi l’un con l’altro. Quando l’interesse è caduto la guerra è esplosa più di prima. La pace è un problema di conversione e di educazione delle persone.

Il brano di Isaia parla di forgiare le spade e le lance per trasformarle in vomeri e in falci. Il forgiare è la riconversione nel lavoro. Quindi bisognerà che ci siano una intelligenza ed una capacità tali da saper trasformare il lavoro. Le spade portano morti, le falci raccolgono il grano. C’è un discorso di pace e un discorso di guerra, ma c’è una trasformazione da mettere a tema. E’ giusto dire che la pace ha un suo costo, ma deve essere pagato da “tutti”, non solo dai lavoratori che lavorano nella produzione delle armi. Dobbiamo tutti farcene carico, per non correre il rischio di colpevolizzare i lavoratori delle fabbriche di armi.

La trasformazione del lavoro è un problema di società. Questo forgiare, questo mettersi in gioco, questa intelligenza che costruisce un rapporto nuovo nel lavoro, oggi sono difficili. Nel lavoro spesso ci sono drammi, incertezze sempre crescenti, flessibilità e precarietà.

“Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo”

In fondo è riprendere l’accoglienza, in particolare, verso gl’immigrati che abbiamo nei nostri territori e città. La vera pace non è escludere o aumentare la polizia e le carceri, bensì aiutare gli immigrati ad avere una casa ed un lavoro. Oggi il problema della casa sta diventando un incubo. Gli immigrati, se non hanno una casa, vivono in dieci in una stanza o nelle aree dismesse e in queste condizioni, se non diventano violenti, sono santi. Il problema della guerra non è solo quello dell’Iraq, ma comincia da casa nostra, con la responsabilità che dobbiamo assumerci su questi due valori di fondo: il lavoro e la casa. Tra i due metterei al primo posto quello della casa.

“Non si eserciteranno più nell’arte della guerra”

Questo passo è interessante, soprattutto da quando, nel nostro Paese, è stato tolto l’obbligo della leva nell’esercito italiano, sostituito da un esercito di professionisti. Che significa? Le esercitazioni sono sempre importanti, ma dovrebbero essere esercitazioni per l’ambiente, per la protezione civile, per la giustizia, per l’anti-terrorismo. Augurandoci che, nel frattempo, si possano smantellare le ragioni drammatiche che alimentano il terrorismo.

Intervento ripreso da IL FOGLIO della PASTORALE SOCIALE e del LAVORO di MILANO n. 154 febbrAIO 2005 (A cura di Silvio Mengotto)