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Presentazione delle proposte di modifica della Legge Regionale 6/94 per il suo rilancio.Auditorium del Consiglio Regionale, via Fabio Filzi, 29, Milano, 15.12.2004Intervento
di don Fabio Corazzina (Pax
Christi)
Proporre una legge significa fare un lavoro dentro le nostre realtà
locali in un cammino con le istituzioni che non è mai finito.
Significa anche mettere al centro tre questioni: la persona, la città,
il mondo. La persona. Sono figlio di contadini cattolici che, per arrotondare le loro
possibilità economiche, prendevano dalla Valsella del lavoro indotto,
che non era costruire giocattoli, ma armi. Una realtà diffusa in
tantissime famiglie. Questo fatto mi ha posto una domanda seria: perché
i miei genitori, come tanti altri, pur partendo da esperienze di
valori significativi, non si sono accorti di ciò che le loro mani
facevano? Questo è un passaggio importante sui cui è necessario riflettere,
lavorare in termini di educazione culturale, educativa. E’ l’idea
insita in questa proposta di legge: provare a disarmare la testa e il
cuore delle persone per arrivare a disarmare le loro mani. So cosa
faccio, inseguo la storia e mi assumo la responsabilità di ciò che
accade. Credo che in questo spazio si debba lavorare dentro le comunità
parrocchiali, le comunità locali e territoriali, le famiglie stesse.
C’è molto da fare in questa direzione. Non è una questione di
slogans, ma di visioni di uomo, mondo, economia, cultura e progresso.
La persona ha una sua forza: quella della responsabilità. Come stile
provo a partire da me. Al lavoratore che fabbrica armi chiederò di
partire da lui. Il lavoro difficile per il sindacato è che dentro
queste fabbriche della morte si scommetta su questa linea della
responsabilità. La città. La città ha una forza non indifferente. Questa proposta di legge è un
piccolo segno di luce dentro il cammino di una città, di un
territorio, di una Regione. E’ già così buio, ma se dovessimo fare
di tutto per spegnere i piccoli segni di luce sarebbe cosa tragica.
Sono i piccoli, ma importanti segni quotidiani che definiscono anche
delle passioni. Nel ’86 organizzammo un Convegno diocesano a
Brescia: per due giorni parlammo di pace, senza toccare l’argomento
“armi”. Credo che l’intoccabilità di alcuni argomenti debba
essere sfatata dentro le nostre città, paesi e territori. E’
oggettivo il dato che le armi alzano il tasso di violenza di un
territorio. Il presidente della Camera di Commercio di Brescia dice che per i nostri
giovani una pistola e la televisione sono la stessa cosa, perché
entrambe generano una cultura della violenza. Se il paragone è un
po’ hard, l’affermazione contiene una sua verità. Sta passando
questo discorso: l’arma è un prodotto come tanti altri, se la
produco devo usarla e il problema diventa non il produrla, ma chi,
come, quando e dove usarla. Questa mentalità determina uno
spostamento di responsabilità di una città, di un territorio. Esempio: Brescia non si ritiene responsabile dell’utilizzo delle armi
leggere “Beretta” in Iraq, perché sono costruite, se pur con
brevetto italiano, in Usa. Anche su questo una riflessione deve essere
fatta. C’è anche da capire la effettiva fattibilità della legge. E’ di
questi giorni il rinnovo contrattuale di lavoro alla “Beretta”,
che permette di aumentare i salari, mentre altre aziende (Iveco)
licenziano. Questo vuol dire che dovrò far capire che fare una scelta
di valore significa sicuramente anche pagare un prezzo. E’
impossibile illudere un territorio, una città che sceglie il disarmo
come valore, di potersela cavare senza pagare nulla. Questa è una
delle illusioni! Promettere che su alcune cose dovremmo fare dei
sacrifici, perché è una scelta di valore, oggi costa e non dovremmo
vergognarci ad arrivare a fare questo tipo di discorso. Oggi sembra
che fa la pace chi fa la carità, non chi prova a capire le radici di
un disastro qual è la guerra. H. Camara diceva “se do del pane al povero, mi dicono uomo di carità,
se cerco di capire, rimuovere, le ragioni per cui quel povero chiede
la carità, mi dicono comunista”. L’idea sulla pace, che sta
passando, è proprio quella della carità. Credo che dovremmo slegare
la scelta di pace, del disarmo, dal bel gesto per farlo diventare un
gesto culturalmente significativo per la crescita di una città. Una
città cresce non solo perché fa del bene ai poveri, ma perché
impedisce che qualcuno venga ucciso, che qualcuno diventi sempre più
povero con il sistema della violenza che si sta generando. Questo non
è un passaggio facile. Questa legge mi dice che la città ha una sua forza, che la scelta della
pace, insita nella proposta legislativa, è quella della prossimità.
E’ significativo, bello, fare una manifestazione per la pace in
Iraq; con questa legge si tratta di dire che devo partire da casa mia,
dalla Lombardia. E da qui che dovremmo dare al mondo alcuni segnali di
pace. Questa è una piccola possibilità, un righiamo. Il mondo. E’ inutile negarlo: la guerra ha un suo fascino! Il problema di
questa legge, ma anche del movimento della pace, non è quella di
negare il fascino delle armi. E’ un dato di fatto. I progetti, le
possibilità che vengono messe in campo con questa legge, dovranno
scommettere non sull’idea di togliere fascino alla guerra, ma di
dare una bellezza, un fascino nuovo ai gesti che noi faremo. Non è
facile, ma credo che la politica abbia una sua bellezza, che non è
solo quella di dire volgarità, ma quella di decidere per un
territorio, ascoltandone la realtà. La politica, in una città, è fatta da chi è eletto, ma anche da chi,
in un modo o in un altro, ha fatto una scelta di impegno politico
anche su versanti diversi. Il mondo ha una sua forza, che è quella di
una scelta di non violenza, di incontrare l’altro. Penso al Trattato
costituzionale europeo, che si richiama ai diritti umani, la dignità
della persona. Penso alla nostra Costituzione, ai tanti riferimenti
che possono illuminare le piccole leggi. Occorre ritornare sui valori.
Se faccio il premio per la pace per premiare la carità, occorre dire
che faccio il premio della carità. Se istituisco il premio della pace
dico che faccio una scelta di pace, una scelta di valore. Va ripresa
una solidarietà con il mondo in una dimensione di responsabilità in
una scelta di disarmo e di non violenza. Intervento
ripreso da IL FOGLIO della PASTORALE SOCIALE e del LAVORO di MILANO n. 154
febbrAIO
2005 (A cura di Silvio Mengotto) |
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