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| JSF F35 : CACCIABOMBARDIERI DA DIFESA ? STORIA DI UN PROGETTO DAL PENTAGONO A CAMERI, NOVARA
“La partecipazione dell'Italia al programma per il Joint Strike Fighter garantirà 10mila posti di lavoro in Italia per i prossimi 45 anni e fornirà all'industria italiana un volume d'affari di quasi 10 miliardi di dollari. Sono le indicazioni che il generale Leonardo Tricarico, capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica militare italiana, ha ricavato da una visita a Washington, durante la quale ha incontrato il capo di stato maggiore dell'Aeronautica Usa, generale T. Michael Moseley, e numerosi altri interlocutori militari, industriali e diplomatici. Allo stato attuale, il programma JSF prevede la costruzione di circa 2.700 aerei: l'Italia ne acquisterà 131, partecipando alla realizzazione delle centinaia destinate a diversi Paesi europei (Gran Bretagna, Olanda, Danimarca, Norvegia, Turchia). Nel programma JSF, l'Italia ha finora investito 1.028 milioni di dollari, mentre i contratti già firmati dall'industria italiana sono 870 milioni di dollari. Ma il giro d'affari prevedibile, secondo stime fornite al generale Tricarico dalla Lockheed Martin, è di almeno 9,6 miliardi di dollari complessivi. Oltre al generale Moseley, il generale Tricarico, che è stato a Washington da domenica a oggi, ha incontrato il responsabile politico dell'aeronautica statunitense, Michael W. Wynne, il vice-capo degli affari internazionali, generale Eric J. Rosborg, e il generale Charles R. Davis, vice-responsabile del programma JSF. Tricarico ha anche avuto contatti industriali, oltre che con la Lokheed Martin, con la Boeing ed ha fatto visita all'ambasciatore d'Italia negli Usa Giovanni Castellaneta e al nunzio, monsignor Pietro Sambi. Molto positive le valutazioni del capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica italiana sulla sua missione. Da Moseley e dagli altri interlocutori, dice, «ho avuto conferma che le nostre aspettative sono state accolte favorevolmente o che c'è la favorevole genuina predisposizione americana a sostenere le nostre aspirazioni». E ci sono «eccellenti prospettive» di svolgere in Italia, nei prossimi 45 anni, operazioni di assemblaggio e di verifica e controllo dei velivoli montati, prima della consegna ai committenti, che richiederanno l'impiego di 10mila addetti «altamente qualificati». L'impatto industriale e sociale potrebbe anche risultare superiore al previsto, quando altri Paesi - si calcola tra i sei e i 10 - si aggiungeranno alla lista di partecipanti al programma e acquirenti del JSF. Il generale Tricarico esprime, inoltre, soddisfazione perchè «molto verosimilmente parteciperemo alle attività di valutazione operativa, insieme agli Stati Uniti, cioè a coloro che nel mondo hanno la più larga esperienza nell'impiego del potere aereo», e perchè la partecipazione al progetto comporta «trasferimento di tecnologia, che è ancora impossibile da valutare, ma che sarà adeguato al livello della nostra industria. …”
A seguito di articoli sui giornali locali, di dichiarazioni a favore e contro e di una interrogazione in consiglio provinciale, Sergio Vedovato presidente della Provincia di Novara legge ai giornalisti il Comunicato di G. Magliano, direttore generale per cooperazione economica finanziaria del Ministero degli Esteri italiano: per l’area di Cameri è previsto un investimento di 250 milioni di euro, 1.000 posti di lavoro per 10 anni, 200 diretti e 800 indiretti, per l’installazione all’aeroporto militare di Cameri di una linea produttiva per l’assemblaggio di F35. L’intera operazione ha un valore di 860 milioni di dollari. Il memorandum di intesa con USA e altri dovrebbe essere firmato entro fine anno. NdR: L’Italia si impegnerebbe ad acquistare 131 JSF, al costo unitario dai 150 ai 250 milioni di euro, totale dai 20 ai 30 miliardi di euro: il Ministro Parisi sta cercando (in un contesto di tagli alle spese pubbliche) il primo miliardo necessario per iniziare a firmare e aderire al Memorandum per la fase PSFD (produzione, supporto e sviluppo successivo). Cronologia 23-12-1998 Memorandum di accordo (MoA) tra USA e Italia per partecipare al programma Joint Strike Fighter (v. Manlio Dinucci, da ww.altraofficina.it/fuoritempo 2002) Ottobre
2001 Lockheed Martin vince la gara per lo sviluppo e produzione
del JSF 16-5-2002
Il Senato italiano dà il via libera alla partecipazione italiana
20-8-2004 “L’Italia fa il pieno di contratti aziendali:
Alenia, Finmeccanica, Datamat, Galileo Avionica, Piaggio… per 138 milioni
di dollari già ottenuti e altri 515 impegnati…a meno che il programma
non sia cancellato” 2005
“Investire in sicurezza. Forze armate, uno strumento in evoluzione”
Documento dello Stato Maggiore della Difesa che riporta i principi del
nuovo modello di difesa. 4-7-2006
Medaglia d’oro al generale G. Fantuzzi per l’accordo bilaterale Italia
Olanda del 30 marzo 2006, che stabilisce all’interno del progetto JSF
per l’Italia la Linea di assemblaggio finale e verifica dei velivoli
e per l’Olanda la Linea di manutenzione e revisione di motori e equipaggiamenti,
per i velivoli che saranno acquistati dai 2 Paesi. 12-7-2006
Cerimonia nel Texas: Lightning II è il nuovo nome del JSF 35.
Presenti gli 8 paesi partner: Australia, Canada, Danimarca, Italia,
Norvegia, Olanda, G.B., Turchia.. Lockheed Martin che prevede nei prossimi
mesi il volo inaugurale dei primi caccia, registra un fatturato 2005
di 37,2 miliardi di $. Livelli
di partnership : PER
SCHEDE TECNICHE:
ANALISI “IL JOINT STRIKE FIGHTER IN EUROPA” A
cura di Corinne Asti, CeMiSS – Centro militare di studi strategici MANLIO
DINUCCI. L'Italia
sta per entrare, a tutti gli effetti, nel programma di sviluppo del
caccia Joint Strike Fighter. La Commissione difesa del senato ha approvato,
in maggio, la proposta del governo di finanziare il «Programma
pluriennale di ricerca e sviluppo dello Stato maggiore dell'aeronautica
n. 2/2002 relativo allo sviluppo del velivolo Joint Strike Fighter (n.
99)». Si tratterebbe, secondo la relazione presentata dal senatore
Minardo della maggioranza, di un «programma che vede coinvolti
numerosi paesi quali gli Stati uniti, la Gran Bretagna, il Canada e
in cui è prevista a breve la partecipazione dell'Olanda, della
Turchia e della Danimarca». Viene presentato, in altre parole,
come un programma di collaborazione paritetica nel campo della ricerca
e sviluppo del settore difesa. Non è così: quello del
caccia Joint Strike Fighter è un programma interamente statunitense,
che il Pentagono realizza attraverso la Lockheed Martin, al quale le
industrie aeronautiche di altri paesi sono ammesse solo come subcontrattiste
(v. il manifesto, 30 maggio). L'Italia vi parteciperà con un
gruppo di 29 aziende, capeggiato da Alenia Aeronautica e Fiat Avio.
Ma, per avere tale privilegio, dovrà addossarsi una parte dei
costi del programma, versando un miliardo di dollari a fondo perduto.
Questi soldi non usciranno dalle casse delle aziende partecipanti, ma
dalle nostre tasche: saremo noi contribuenti a finanziare, col denaro
pubblico, il caccia statunitense. Ben poca cosa in confronto a quanto
dovremo spendere quando il caccia sarà ultimato. Dato che i paesi
partecipanti alla sua realizzazione (tra cui Israele e Turchia) saranno
i primi a dotarsene, l'Italia ne acquisterà un congruo numero:
si parla di circa 150 velivoli. Il loro prezzo, ha assicurato il sen.
Minardo, sarà veramente conveniente. Da un primo calcolo, dovremo
pagare appena 20-30 miliardi di euro, corrispondenti a 40.000-60.000
miliardi di vecchie lire. A premere perché l'Italia e l'Europa si imbarchino sul Joint Strike Fighter è il generale Mario Arpino, capo di stato maggiore della difesa. Su Air Press (27 maggio 2002) egli sostiene che occorre «trarre il massimo vantaggio di know-how da una partecipazione qualificata e qualificante al Joint Strike Fighter», concentrandoci su «ciò che sappiamo fare bene da soli a livello europeo, come elicotteri e velivoli da addestramento»: per questo, «non è il caso di caldeggiare una tranche 3 dell'Eurofighter nel ruolo di attacco, in quanto non potrà mai rispondere sotto alcun profilo alle esigenze dell'Aeronautica negli scenari del secondo quarto di secolo», né tantomeno «farsi abbagliare da allettanti contromosse al Joint Strike Fighter, come l'ultima, proveniente da un noto pulpito d'oltralpe, di unire le forze per addentrarsi nell'avventura di un velivolo di nuova generazione esclusivamente europeo». Di parere opposto sono i Democratici di sinistra che, in un convegno svoltosi il 6 maggio a Roma e in un comunicato diffuso il 20 maggio dall'Unione DS Alenia Aeronautica Torino, sostengono che «la scelta del Joint Strike Fighter metterà in crisi l'evoluzione delle strategie europee nel campo della difesa», in quanto «lo sviluppo del Joint Strike Fighter verrà effettuato esclusivamente in Usa» e «le risorse necessarie per l'acquisizione nei prossimi anni della flotta di Joint Strike Fighter saranno sottratte alle ulteriori tranche dell'Eurofighter». Per di più, «dotare la nostra Aeronautica di uno strumento come il Joint Strike Fighter, ammesso che gli Usa ne permettano una effettiva autonomia di impiego, significa che l'Italia ha deciso di entrare nei prossimi anni nel ristrettissimo numero di nazioni che si assumono il diritto di intervento immediato nelle aree di crisi del mondo con una fortissima capacità distruttiva». Per questo, concludono, «riteniamo che l'eventuale firma del Mou (memorandum d'intesa) - ovvero il parziale finanziamento agli Usa delle ricerca tecnologica e dello sviluppo del velivolo - rappresenta un ulteriore passo decisivo per mettere in crisi il Progetto del sistema europeo di approvvigionamento per la difesa». Ormai, però, il pericolo non consiste nella «eventuale firma del memorandum d'intesa». Come documenta il sito ufficiale del Joint Strike Fighter, «l'Italia ha firmato un Moa (memorandum d'accordo) per partecipare al programma del Joint Strike Fighter, il 23 dicembre 1998», ossia durante il governo D'Alema. L'Italia, come dimostrò la successiva partecipazione alla guerra contro la Jugoslavia, aveva dunque già deciso di «entrare nel ristrettissimo numero di nazioni che si assumono il diritto di intervento immediato nelle aree di crisi del mondo con una fortissima capacità distruttiva». (da ww.altraofficina.it/fuoritempo 2002) PER APPROFONDIRE “
UNO SGUARDO AL MERCATO DEGLI ARMAMENTI “ Nella
scelta dei sistemi d'arma di cui un paese decide di dotarsi, gioca un
ruolo fondamentale l'aspetto delle relazioni internazionali. E' infatti
molto importante poter assicurare un durevole rapporto di amicizia fra
i due paesi che portano a termine la compravendita, sia per chi compra
questi prodotti che per chi li vende: per i secondi è importante
essere sicuri del fatto che le armi appena vendute non vengano usate
in modo improprio, mentre per i primi è importante poter contare
sugli approvvigionamenti delle parti di ricambio e di quant'altro necessario
al buon funzionamento dell'armamento. | ||||