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INDUSTRIA
BELLICA : E' TEMPO DI RICONVERTIRE - SOLO LA PACE E' UN BUON INVESTIMENTO Durante l'incontro è stata presentata la proposta per una legge nazionale sulla riconversione dell'industria bellica (primi firmatari Sen.Francesco Martone, On. Elettra Deiana)
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PER
UNA LEGGE NAZIONALE PER LA RICONVERSIONE DELL'INDUSTRIA BELLICA
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Presentazione del Sen. Francesco Martone Secondo
le stime del SIPRI nel 2004, la spesa militare in Italia è
settima al mondo con 27,8 miliardi di dollari (nel 2003 erano 27,6
miliardi nel Ciò
accade in un momento nel quale l'industria europea della difesa,
attraversata da un processo di consolidamento, fusioni e acquisizioni La
prosecuzione del cammino d’integrazione degli strumenti militari
europei, annunciata con la creazione dell'European Defense Agency
(EDA) avrà senz'altro ripercussioni sul settore industriale
ad esso collegato, in particolare per alcuni rami produttivi, come
la cantieristica navale (in Europa esistono 20 grandi cantieri,
negli Usa, 5) o quello della produzione di veicoli terrestri. Quale
che sia l'esito di questo processo, l'Italia, che ha un posto di
rilievo nel settore della difesa, continua a ragionare soprattutto
in termini nazionali, quando anche le sue imprese di punta sono
ormai lanciate verso l'espansione continentale e verso la partecipazione
attiva nel processo di fusioni, acquisizioni e ristrutturazioni.
Una nuova frontiera, poi, si è aperta con l'ingresso nella
UE dei paesi dell'Europa orientale, nei quali esiste una forte tradizione
di industria della difesa che alcuni gruppi europei pensano di aggiornare,
tecnologicamente parlando, per poter poi delocalizzare almeno in
parte la produzione. È un processo che riguarda in particolare
i settori a maggiore intensità di lavoro. Da ciò ne
consegue che il tema della riconversione dell'industria bellica
non può non essere affrontato anche a livello europeo. Il
programma di finanziamento di progetti di riconversione Konver è
stato chiuso nel 2001 ed andrebbe riproposto in chiave innovativa,
insieme alla creazione di un'agenzia europea per la riconversione.
Konver aveva portato negli anni '90 a buoni risultati in termini
occupazionali e di sostegno ad investimenti verso piccole imprese
civili in quelle regioni che hanno dovuto soffrire l'impatto del
ridimensionamento dell'industria bellica. Al
quadro industriale qui brevemente e sommariamente tracciato occorre
aggiungere quello politico-militare. La creazione di uno strumento
militare europeo sta avvenendo con relativa rapidità: i governi
e l'EDA puntano alla piena interoperabilità entro il 2010,
data che sembra ottimistica, ma che indica senz'altro una strada
dalla quale difficilmente si tornerà indietro. A fronte dell'integrazione
dello strumento, manca una seria, pubblica e democratica, riflessione
su cosa fare con quello strumento. I due piani, quello politico
e quello industriale, sono strettamente connessi, anche se nella
percezione dominante sembrano lontani e in parte separati. In questi
anni è stato sicuramente un successo delle grandi aziende
armiere e del settore difesa riuscire a sganciare la politica industriale
e quella commerciale dalle considerazioni politiche. In questo quadro, una legge sulla riconversione dell'industria bellica appare non solo urgente, ma necessaria, tanto sul piano politico nazionale, quanto su quello europeo, quanto sul piano della tutela - in prospettiva - dei posti di lavoro, in particolare nel Mezzogiorno. In tale contesto, gli strumenti previsti dalla legge serviranno ad individuare percorsi di ri-organizzazione aziendale e di rielaborazione delle politiche industriali che consentano una progressiva demilitarizzazione dell'apparato produttivo orientandone la riorganizzazione verso quelle tecnologie che possono trovare impiego in campo civile, salvaguardando sia i posti di lavoro che il know how accumulato. Obiettivo di fondo sarà quello di produrre le condizioni e offrire gli strumenti per replicare le esperienze positive già acquisite nel campo della riconversione dell'industria bellica. Sul piano politico nazionale, la legge sulla riconversione servirà a rilanciare il dibattito pubblico sullo strumento militare italiano e sulla sua funzione, in chiave soprattutto europea e internazionale, viste le mutate condizioni storiche, geopolitiche e geoeconomiche in cui uno strumento militare pensato essenzialmente per difendere il territorio nazionale si trova ad essere sempre più usato come "proiezione" di forza verso l'esterno o come parte di missioni internazionali, quando non di guerre non dichiarate come quella in Iraq. La legge sulla riconversione dovrebbe pertanto rappresentare l'inizio di un ripensamento dell'organizzazione militare italiana, che consenta di enfatizzare le idee e i metodi della difesa popolare nonviolenta, dell'obiezione fiscale alle spese militari, dell'organizzazione di corpi di pace al posto dei reparti armati che puntualmente rappresentano l'Italia negli scenari di crisi internazionale.
Per quanto attiene alla copertura finanziaria, varrà il principio che tale riconversione debba essere pagata in parte dagli stessi industriali del settore attraverso il versamento dell'1 per cento del fatturato, non fosse altro poiché la riconversione di una unità produttiva oggettivamente avvantaggia le altre ed inoltre la parte a carico della collettività viene recuperata in parte dal versamento volontario dei cittadini attraverso la previsione della possibilità di destinare agli interventi di riconversione dell'industria bellica l'8 per mille della propria dichiarazione dei redditi, e per la restante parte, infine, dal bilancio dello Stato con la riduzione delle spese militari. Alternativamente i fondi possono essere reperiti nel bilancio del Ministero delle Attività Produttive, sganciando anche simbolicamente, la competenza dal Ministero della Difesa, o con una tassazione mirata, per esempio, alle transazioni finanziarie che coprono le operazioni di esportazione di tecnologia militare o di armamenti. |
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