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C'è qualcuno che è favorevole alla
guerra e contrario alla pace? C'è qualche uomo politico che
non sia disposto ad impegnarsi per trovare gli strumenti utili per
il raggiungimento della pace nel mondo? Nessuno!
Le strategie divergono sul come raggiungere la pace, che voglia
dire anche affermazione di principi di libertà e di democrazia
su cui si fonda il nostro mondo.
Le differenze strategiche sono davvero notevoli, tra chi fa proprio
il motto latino «si visse pacem, para bellum» e chi
crede nella forza persuasiva del disarmo.
Il processo di legge di iniziativa popolare «Istituzione dell'agenzia
regionale per lo studio e l'attuazione dei progetti di riconversione
dell'industria bellica e per la promozione dei progetti e dei processi
di disarmo», che vuole incentivare la riconversione dell'industria
bellica lombarda, si propone di fatto come uno strumento per ottenere
il ripudio della guerra e promuovere la cultura della pace: esso
è pervaso da uno spirito utopistico o, a voler essere polemici,
ideologico, che non è compatibile con le finalità
e le competenze legislative regionali ed è irrealistico rispetto
al raggiungimento degli obiettivi ideali (utopistici/ideologici)
di fondo.
Il progetto di legge prevede la costituzione di una «Agenzia
regionale per lo studio e l'attuazione dei progetti di riconversione
dell'industria bellica e per la promozione dei progetti e dei processi
di disarmo» nella quale vengono inserite le associazioni pacifiste
e vuole sostituire la legge regionale 6 del '94 che fu istituita
per agevolare la riconversione dell'industria bellica lombarda che
si trovava allora in grosse difficoltà dopo la fine della
guerra fredda e il crollo del muro di Berlino.
Tale legge, in sintonia con la legislazione nazionale ed europea,
aveva l'obiettivo perciò di tutelare l'occupazione e le attività
economiche di aree significative della nostra regione.
La situazione è ora però del tutto cambiata: l'industria
bellica lombarda ha messo in atto efficaci processi di riorganizzazione,
di ammodernamento, di specializzazione, in qualche caso anche di
riconversione, è concentrata nel settore aeronautico e nella
produzione di armi leggere ed è attiva in un contesto in
cui non c'è più la crisi di domanda che caratterizzò
gli anni '90. Nel caso si verifichino crisi locali con rischi occupazionali,
allora si potrà intervenire con le normali politiche di sostegno
all'occupazione (cassa integrazione, mobilità, riqualificazione,
ecc.) oppure anche, se ci saranno le condizioni, con gli interventi
di riconversione.
Ma non c'è bisogno quindi di una nuova legge? Anche per l'obiettivo
del raggiungimento della pace il progetto di legge è uno
strumento irrealistico.
La pace si raggiunge con scelte politiche che riguardano la politica
estera con la conseguente riduzione delle spese militari. Comunque
ci sarà sempre una domanda di armamenti da parte delle forze
armate e di polizia, che non è certo pensabile possano essere
abolite.
Per queste considerazioni ho ritenuto che non dovesse essere approvato
il progetto di legge di iniziativa popolare, pur ritenendo interessanti
e meritevoli di attenzioni e approfondimento alcuni temi in esso
contenuti.
La Commissione IV da me presieduta, ha infatti approvato un ordine
del giorno con cui si impegna la Giunta a valutare la possibilità
di istituire il registro delle imprese a produzione militare, attraverso
accordi con le Camere di Commercio e di valutare l'opportunità
di modificare adeguandola all'attuale scenario la legge regionale
esistente, la 6 del '94.
Ci tengo infine a sottolineare che la Commissione ha dedicato quattro
sedute all'esame del progetto di legge di iniziativa popolare e
ha ascoltato in audizione diverse associazioni laiche e religiose,
le Acli, i sindacati, la Diocesi di Milano e l'Università
Cattolica.
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