Disarmo Lombardia
Rete regionale contro la guerra

 



Alcuni dati sulla spesa militare italiana

 
         

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C’è pace e pace
Marco d’Eramo, intervento a convegno Sinistra DS Giù le armi, Roma, 30-09-06)

Per introdurre il tema del nostro incontro, vorrei mostrarvi un grafico, e vi rassicuro subito: ne mostrerò solo un altro alla fine. Il grafico è tratto dall’annuario 2006 del Sipri di Stoccolma, il più autorevole istituto di ricerca sulle questioni militari.
Il grafico esprime in miliardi di dollari costanti, ossia al netto dell’inflazione, le spese militari dell’intero pianeta dal 1988, cioè dall’anno prima della fine della guerra fredda, fino al 2005. Come vedete, nell’88, la spesa era di circa 1.050 mi-liardi di dollari costanti (del 2003).
E poi lo vedete subito, dopo il crollo del muro di Berlino, e soprattutto dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, si ha un calo drastico, e già nel 1992 la spesa mondiale si attesta intorno agli 850 miliardi di dollari, cioè quasi un 20% in meno del 1988. Poi, a un ritmo più blando la spesa militare mondiale continua dolcemente a calare fino a toccare il minimo tra il 1996 e il 1998, quando si aggira intorno ai 750 miliardi di dollari, quasi il 30% in meno del suo picco alla fine della guerra fredda.
Sono questi, tra il 1991 e il 1998, anni di quasi euforia per la possibilità di investire in altri settori di progresso, come educazione, salute, sviluppo sostenibile del Terzo mondo, i «dividendi della pace», i risparmi infine resi possibili dalla fine dell’equilibrio del terrore.
Ma, e qui viene un primo insegnamento di questo grafico, contrariamente alla vulgata dominante, che ci consegna alla memoria un decennio clintoniano com-plessivamente pacifista, la spesa militare mondiale comincia a risalire ben prima dell’ascesa di George Bush alla presidenza Usa e, sia chiaro, ben prima dell’11 settembre e della cosiddetta «guerra al terrore». La tendenza al riarmo va dunque già ricercata già a metà dell’ultimo decennio del secondo millennio.
Il secondo insegnamento viene dall’ultimo punto di questo grafico che vede la spesa militare mondiale, in dollari costanti risalita quasi al livello del 1988 ed e-sattamente al livello del 1989. Le proiezioni di quest’anno, 2006, parlano di una spesa planetaria militare di 1.200 miliardi di lire, in dollari correnti, comunque ben oltre i 1.050 miliardi di dollari in dollari costanti del 2003, cifre che ricordava tre settimane fa Fabio Mussi a Pesaro alla Festa dell’Unità. Quest’anno siamo cioè risaliti sopra i livelli di spesa militare toccati durante la guerra fredda.
Il grafico ci pone due dei maggiori interrogativi cui vorrei tentare di rispondere stamane con voi. 1) come mai, di fronte a un tale livello di spesa militare, il mo-vimento per il disarmo latita? 2), come mai, in assenza di uno scontro frontale tra due superpotenze mondiali, la spesa militare è tanto elevata?

I.
Da più di 15 anni non vediamo nulla di comparabile alle ripetute mobilitazioni contro le guerre stellari e gli euromissili a Comiso dei primi anni ’80.
Per i benevoli, la smobilitazione è avvenuta perché la questione delle armi ha per-so la sua dimensione apocalittica, da fine di mondo, quale era l’orizzonte che ci si prospettava se solo uno dei due stati maggiori avesse deciso un bel mattino di lanciare il first strike: e successive rivelazioni ci hanno fatto tremare a posteriori mostrandoci quanto fossimo passati a un millimetro, dal fatidico premere il bottone.
I maligni invece puntano il dito sulla scomparsa dell’Urss per inferire che il mo-vimento degli anni ’80 era in realtà teleguidato dai sovietici. Per quanto non ci faccia piacere ammetterlo, c’è un parziale elemento di verità in questa tesi, ed è che il movimento non era contro tutte le armi del mondo, ma si batteva contro lo specifico arsenale statunitense: mai si sono avute manifestazioni oceaniche contro i missili sovietici. Ma quest’asimmetria non era dovuta solo a faziosità. In primo luogo perché noi eravamo (e siamo) sudditi dell’impero americano, e non di quello sovietico, e quindi è contro la nostra potenza imperiale che erano rivolte le mobilitazioni di massa. In secondo luogo, guerre stellari, euromissili, Pershing, Cruise, costituivano un obiettivo concreto, e non generico.
L’assenza di un obiettivo specifico è un dato importante per capire la catalessi del movimento contro il disarmo. Quando infatti si presenta un obiettivo preciso, identificabile, per miracolo la mobilitazione riappare all’improvviso, come il 15 febbraio del 2003 quando 110 milioni di persone in tutto il mondo, e 3 milioni nella sola Roma, manifestarono contro la guerra in Iraq, con un movimento di o-pinione pubblica che allora il New York Times definì «la seconda superpotenza mondiale». Ma proprio l’incredibile successo di quella giornata ci fornisce indizi chiave, anche perché – una volta iniziata l’invasione dell’Iraq – quella mobilita-zione svaporò e non si è mai più ricostituita, non riuscendo mai a diventare pres-sione continua, costante spina nel fianco dei governi, come invece fu negli anni ’60 il movimento contro la guerra in Vietnam.
Quella giornata ci chiarisce che il movimento si coagula non contro tutte le guerre, ma contro una specifica guerra. Nel senso che una significativa parte di quei dimostranti (c’ero anch’io tra loro) non era pacifista, cioè non era contraria all’uso delle armi in generale – molti di loro nutrivano e nutrono ammirazione per figure come Ernesto Guevara o il generale Giap –, ma si opponeva a una ben precisa invasione. Come dire: anche Jacques Chirac era contrario alla guerra in Iraq, ma certo non è un pacifista! Questo slittamento da un movimento contro tutte le guerre a un movimento contro una ben precisa guerra, questo sì che è dovuto alla fine dell’equilibrio del terrore, perché allora la specifica guerra tra Usa e Urss comprendeva in sé, e oscurava, tutte le guerre locali.
Questo spiega anche la curiosa posizione del movimento no global che è certo stato un attore della mobilitazione del 15 febbraio 2003, ma che non può essere definito un movimento pacifista, o – se volete – non è definito dal suo pacifismo. Da un lato il movimento globale antiliberista è sì implicitamente contro l’ordine imperiale, ma non secondo i modi dell’antimperialismo classico. Dall’altro lato, la protesta antiliberista globale mostra la stessa labilità della mobilitazione contro la guerra in Iraq e – per lo meno dopo Genova nel 2001 – vive una fase di latenza.
Ma la giornata del 15 febbraio 2003 ci rivela un altro elemento che già faceva ca-polino, anche se ribaltato, nei movimenti degli anni ’80: ed è che disarmo e pacifismo si sovrappongono in parte, ma non coincidono. Il movimento degli anni ’80 era per il disarmo, ma in larga parte non era pacifista. Il movimento contro la guerra in Iraq non è stato affatto un movimento per il disarmo. Si può essere con-tro una certa guerra senza essere contro il riarmo. Ma come è possibile? Per capirlo dobbiamo affrontare uno degli argomenti più elusi e più difficili, ed è come è cambiata la nozione stessa di guerra.

II.
Con il crollo dell’Unione sovietica sembra finita l’era della guerra ideologica, dello scontro armato tra due concezioni del mondo e della società: democrazia e fascismo, comunismo e capitalismo. Non era la prima volta nella storia. Ma va ricordato che prima delle due grandi religioni monoteiste moderne, Islam e Cristianesimo, mai il mondo aveva conosciuto guerre ideologiche. Troiani ed Achei si combattevano non per un’idea, ma per una dea di bellezza; Roma e Cartagine si battevano per il dominio del Mediterraneo, della Sicilia e della penisola iberica. Persino le ultime crociate solo di nome furono guerre religiose, ma in realtà guerre commerciali.
Di regola insomma la guerra era per così dire a-ideologica, la posta era solo il potere. E infatti i soldati non erano mai volontari, erano spesso mercenari, sempre coatti (ex galeotti, ecc.).
Ma solo fino alla Riforma protestante. Non va dimenticato che l’aspetto cruciale del Rinascimento, cioè della Rivoluzione europea, fu la Riforma protestante, cioè un fondamentalismo religioso, contraltare di quella laicità che proprio allora veniva scoperta e imposta. È con la Riforma che ha inizio un fenomeno nuovo in Occidente, l’ideologizzazione della guerra all’interno dell’Occidente stesso. Alla fine del ‘400 Cesare Borgia non combatteva per la predestinazione della grazia, o per dimostrare l’unicità della natura divina, ma solo per conquistare la fortezza di Fermo o la rocca di Rimini. Ma già 40 anni dopo i feudatari tedeschi radevano al suolo le rispettive città in nome della teologia, per difendere o sterminare gli anabattisti di Tommaso Münster, come racconta il romanzo Q di Luther Blisset. E solo 20 anni dopo i francesi si sarebbero combattuti una selvaggia guerra civile religiosa, con la strage degli ugonotti nella notte di San Bartolomeo del 1572. Chi attacca il fondamentalismo islamico non deve dimenticare che il Moderno, come lo intendiamo noi, la rivoluzione scientifica, la rivoluzione galileiana, i prodromi della rivoluzione industriale, la colonizzazione del Nord America sono tutti contemporanei alla più micidiale guerra religiosa che l’Europa abbia mai combattuto, la Guerra dei Trent’anni (1618-1648).
Quel conflitto ideologico fu tanto sanguinoso che per un secolo e mezzo la guerra tornò a essere semplicemente quella diplomazia con altri mezzi che era stata al tempo delle Signorie italiane. Così furono a-ideologiche e laiche le varie guerre di successione, austriaca, spagnola, e soprattutto la guerra dei sette anni. Non che siano state guerre ininfluenti, anzi: la guerra dei sette anni (1756-1763) determinò l’attuale fisionomia del potere mondiale: fu lì che il mondo divenne anglofono e non più francofono.
Quando riapparve in Occidente, fu non più sotto la forma religiosa, ma sotto quella ideologia nazionale con la guerra d’indipendenza tra il 1773 e il 1786 delle 13 colonie nordamericane dal dominio inglese: è notevole che gli statunitensi chiamino «rivoluzione americana» quella che a rigor di termini non è una rivoluzione ma una guerra di liberazione. Ideologia repubblicana poi con le guerre tra la Francia rivoluzionaria e le monarchie europee. Tutte le guerre d’indipendenza nazionale, dalla guerriglia spagnola contro Napoleone, all’indipendenza delle colonie sudamericane di Simon Bolivar, al risorgimento italiano, fino all’indipendenza irlandese, alla guerra del Vietnam e a quella di Algeria, possono essere catalogate nella categoria delle guerre ideologiche. Notiamo però che tutte queste «guerre ideologiche» erano asimmetriche, cioè tra una grande (o ex grande) potenza e popoli emergenti. Nel frattempo, e fino alla prima guerra mondiale inclusa, le guerre tra grande potenze furono combattute per puri motivi di potere, per il dominio dei mari, o per la spartizione coloniale. Nella guerra di Crimea non ci fu nulla d’ideologico, come nella guerra russo-giapponese del 1905.
Mi scuso per questo excursus storico, ma mi serviva per chiarire come è cambiata la guerra dopo la fine della guerra fredda e la vittoria del capitalismo reale sul socialismo reale. Innanzitutto la guerra dei Sette anni e la prima guerra mondiale ci ricordano, se ce lo fossimo scordati, che le potenze possono combattersi anche se condividono la stessa ideologia, per pure ragioni di potere, d’influenza, di denaro, commerciali.
Ricordo qui la tagliente lettera che il governatore, Jan Pieterszoon Coen, mandò nel 1614 da Batavia ad Amsterdam agli Heeren del consiglio della compagnia olandese delle Indie orientali: «Le Vostre Eccellenze dovrebbero sapere per esperienza che il commercio in Asia ha da essere attivato e mantenuto sotto la protezione e il favore delle armi delle Vostre Eccellenze, e che dette armi devono essere pagate con i profitti del commercio; laonde per cui non si può far commercio senza guerra, né guerra senza commercio». Ripeto: «Non si può far commercio senza guerra né guerra senza commercio», alla faccia della vulgata pacifista del libero mercato secondo cui in un mondo di libero scambio non vi sarebbero guerre.
Nessuno ci dice che non ci aspettino nuove guerre dei sette anni o nuove guerre di successione austriaca, tra potenze che adorano la stessa divinità, coiè l’economia capitalistica di libero mercato, ma che si scontrano per il potere: in prospettiva il conflitto da temere di più è quello che un giorno opporrà Usa e Cina.
Nel frattempo, in attesa di questi conflitti simmetrici, tra potenze paragonabili, le guerre che si combattono ora, dalla fine della guerra fredda in poi, sono guerre a-simmetriche che contrappongono grandi potenze (Nato, Onu, Usa) a piccoli stati (Serbia, Afghanistan, Iraq). Queste guerre sono asimmetriche non solo per l’impari impotenza di uno dei due contendenti di fronte allo strapotere tecnologico del nemico, ma anche per la percezione che di esse ne hanno le due parti. Dal lato del più debole, questi conflitti sono visti come guerre di liberazione nazionale (iracheni, afgani), o di difesa del suolo sacro della patria (Serbi in Kosovo). Dall’altro lato sono considerate come operazioni di polizia planetarie. L’istituzione di un tribunale internazionale per i crimini di guerra sancisce l’idea che le guerre sotto bandiera Onu, Nato, o di «coalizione delle volontà» siano l’equivalente planetario delle retate di polizia: è questa dimensione repressiva, di – letteralmente – «forze dell’ordine» che accomuna due guerre semanticamente assai balzane come la «guerra alla droga» e la «guerra al terrore». Ambedue operazioni di polizia contro «criminali».
Perry Anderson, il direttore della New Left Review, ha paragonato una volta l’Onu alla Santa Alleanza. In base a questo paragone, le forze Onu inviate nei vari fronti caldi somiglierebbero agli eserciti della Santa Alleanza mandati a reprimere i moti carbonari o repubblicani nei vari paesi (senza per questo fare di Saddam Hussein un carbonareo). Ovvero con la missione di consolidare o mantenere l’ordine vi-gente contro ogni tentativo di «sovversione». Proprio come i monarchi della Santa Alleanza si posizionarono come difensori della tradizione cristiana di fronte alla modernità empia, blasfema e atea dei repubblicani, così le nuove azioni di polizia planetaria si ammantano dello «scontro di civiltà».

III
Poiché le guerre simmetriche, tra grandi potenze, per il dominio mondiale, sembrano indietreggiare in un futuro che ora ci appare remoto, la percezione generale della guerra, al di là dei suoi mascheramenti ideologici, è quella di una grande operazione di polizia planetaria. Ed è qui paradossalmente che nasce la contraddizione, la debolezza nel pacifismo. Proprio la corte internazionale di giustizia mette a nudo questa contraddizione: da un lato essa sancisce istituzionalmente la natura di un ordine giudiziario e quindi poliziesco mondiale, dall’altro essa ventila un mondo di diritto, in cui la natura sovranazionale del nostro convivere, la stessa globalità, non sia più puro Far West governato dalla legge del pistolero più forte (in questo caso gli Usa). Essere contro l’illegalità e l’impunità statunitense va bene, ma è giusto per questo obiettivo sottomettersi a un potere mondiale dotato di strumenti planetari di repressione e di mantenimento dell’ordine, un’Interpol militare per così dire? La stessa ambiguità e contraddizione riappare nel nostro giudizio sull’Onu: garante della legalità internazionale o pura Santa Alleanza?
Non è un dilemma astratto, non è il sesso degli angeli. Questa duplicità dell’Onu, della corte dell’Aja, del diritto internazionale e della capacità di farlo rispettare riappare a ogni missione Onu o Nato, in Darfur, in Libano, in Afghanistan (l’Iraq è un’«operazione di polizia» sì, ma che riguarda solo Usa e Gran Bretagna). È questa intrinseca duplicità che consente alle destre di tutto il mondo di descrivere vere e proprie invasioni e occupazioni coloniali come «operazioni di pace».
La stessa duplicità si ripresenta al livello di spese militari. Un certo pacifismo di sinistra propone da qualche anno l’aumento delle spese militari proprio in nome della pace. Tipico è il discorso del riarmo europeo: l’Unione Europea rimarrà sempre imbelle e impotente di fronte agli Usa finché non si doterà di un arsenale e un dispositivo militare se non paragonabile, almeno misurabile con quello degli Usa. Il riarmo viene qui propugnato in nome del multilateralismo (altra parola mantra del linguaggio politico che andrebbe sviscerata e demistificata). Questo spiega un altro fatto oscurato dall’immane riarmo statunitense: durante la guerra fredda, la parte Usa delle spese militari mondiali era del 36 %, quella sovietica era stimata al 23% e il resto del mondo al 41%. Ora la parte Usa è del 48%, quella Russa è del 2% e quella del resto del mondo è del 50%. Cioè il resto del mondo spende in armi molto di più di quanto spendesse fino al 1989, quasi 100 miliardi di dollari in più. Non sono solo gli Usa a riarmarsi, ma anche il resto del mondo contribuisce al bilancio del, diciamo così, ministero degli interni mondiale.

IV.
Se la descrizione della natura falsamente ideologica ma in realtà intrinsecamente poliziesca delle guerre attuali è corretta, allora ne discende un evidente, e arduo, problema politico. E cioè che non basta essere per la pace, affermazione di per sé abbastanza vuota, ma bisogna dire quale pace (e quali guerre) si vogliono. Come le missioni militari non sono tutte uguali, il Libano non è uguale all’Iraq, così non tutti gli assetti planetari sono buoni. Una cosa è essere per la pace, per l’ordine mantenuto da una Onu Santa Alleanza, altra cosa è battersi per una legalità planetaria equa. Basta l’esempio del nucleare iraniano per chiarire la differenza. L’Onu Santa Alleanza cerca di impedire a Tehran di arricchire l’uranio mentre consente arsenali nucleari ingenti ai suoi vassalli, come Israele e Pakistan. Questo tipo di assetto internazionale non può accettare la posizione espressa tra gli altri da Fabio Mussi che a Pesaro diceva: «Sarebbe molto più forte l’azione per impedire all’Iran di avere l’atomica se su scala mondiale venisse rilanciata la prospettiva del disarmo chimico batteriologico atomico».
Che tipo di pace, che tipo di mondo, che tipo di Onu vogliamo ecco il vero spartiacque politico all’interno della sinistra. Il mondo spende 1.200 miliardi di dollari in difesa. Questa cifra è l’equivalente di una volta e mezzo il Pil di tutto il continente africano (760 miliardi di dollari), cioè di un continente di quasi 900 milioni di persone. È chiaro che miserie continentali come questa richiedono un esercito mondiale come quello. In un mondo così le grandi potenze, Europa compresa, non possono spendere di meno per le armi.
Detto per l’Africa, un dato come questo rischia di lasciare il tempo che trova. Ma chiedersi che pace, e che guerre, vogliamo ha anche una dimensione tutta italiana. Come l’altro – e ugualmente fasullo – mito degli «Italiani brava gente», uno dei miti più gettonati nel discorso politico corrente è che l’Italia spende poco in militare, anzi troppo poco per alcuni esponenti dell’Unione, per esempio per il sottosegretario alla difesa Lorenzo Forcieri che ha lamentato la riduzione dei finanziamenti al suo settore, finanziamenti che «in altri paesi sono ritenuti un’occasione di sviluppo economico e occupazionale e non una zavorra per le casse dello Stato».
In effetti il bilancio alla difesa è rispetto al Pil uno dei più bassi al mondo, lo 0,84% del Pil. Ma questa cifra è menzognera perché – cito dal «Cambiamo la fi-nanziaria, le proposte di Sbilanciamoci! per il 2006» - non comprende «a) la spesa delle cosiddette «missioni di pace», finanziate con decreti ad hoc; b) spese per svi-luppo di armamenti, riportate nel bilancio del Ministero delle Attività produttive, c) finanziamenti diretti o indiretti dello stato a favore dell’industria militare na-zionale e per prodotti dual use (militare e civile) e d) spesa di quella parte dell’Arma dei Carabinieri che di fatto svolge spese militari».
A differenza del ministero della Difesa, la Nato tiene conto di tutte queste altre voci e allora, miracolo, la spesa militare italiana, passa dallo 0,84 al 2% del Pil. Per avere un’idea basta dire che l’Italia spende 37 miliardi di dollari in armi, men-tre la Russia di Putin ne spende 19, Ancora più interessante è la struttura di questa spesa. A riforma completata, il Ministero della Difesa prevede che le forze armate italiane saranno composte da 190.000 unità così ripartite: 103.803 soldati semplici (i cosiddetti «volontari» in ferma breve o permanente) e 86.197 tra ufficiali (più di 22.000) e sottufficiali, cioè quasi un comandante per ogni comandato. Circola la battuta che ci siano più generali nelle forze armate italiane che in quelle statuni-tensi. Perché, prima di chiedere nuovi finanziamenti, non si varano decreti Bersani per il nostro apparato militare? Oltretutto la razionalizzazione delle spese per il personale (cui va il 75% del bilancio della difesa) permetterebbe quegli investimenti in tecnologie e ammodernamento che invocava il sottosegretario Forcieri.
Il mito dell’Italia che spende poco in armi si sfalda ancor di più se si guarda la spesa pro capite. Allora si vede che l’Italia spende in militare circa 485 dollari a testa contro i 415 della Germania. Ma, per prendere in prestito il concetto dagli economisti marginalisti, quel che conta è la spesa marginale militare italiana, comparata alle altre voci di spesa. Allora si scopre, ragionando in euro, che gli ita-liani hanno speso pro capite 401 euro l’anno in militare e però solo 545 in welfare, cioè maternità, disoccupazione, handicap, edilizia popolare, ecc., mentre la media europea è di 1.558 euro, quasi il triplo! E ancora più devastante è il paragone con i singoli stati europei che si può vedere nel secondo e ultimo grafico che vi mostro. È vero che la Francia ha speso 634 euro pro capite in militare, ma ha anche speso 1.754 euro in welfare. Così la Gran Bretagna ha speso 622 euro pro capite in militare, ma 1.619 in welfare, e il primato assoluto tocca alla Germania che ha speso solo 343 euro in militare ma ben 2.049 in welfare. Nel 2003 l’Italia ha speso in welfare il 2,7% del proprio prodotto interno lordo, mentre la media europea si è assestata al 6,9%, con la Gran Bretagna al 6,8, la Francia al 7,5 e la Germania all’8,3%. Si chiarisce qui, con questo grafico cosa intendo per spartiacque politico, quando dico che non basta volere la pace, ma bisogna vedere quale pace, quale assetto, quale mondo, se un mondo in cui la struttura di spesa proiettata a livello planetario è quella tedesca, oppure quella italiana. Forse allora lottare per il disarmo riacquisterà una sua impellenza concreta.

 

 

 

 

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