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Italia - Spese militari: avanti tutta!
di Alberto Stefanelli (Guerre & Pace novembre 06)
Il bilancio della
difesa proposto per il 2007 prevede un aumento delle spese militari.
Una scelta di continuità con il “pensiero unico della difesa”
e di rilancio del riarmo previsto dal modello di difesa deciso ormai
15 anni fa e via via applicato
Nonostante l’arcobaleno
inserito nel simbolo elettorale dell’Unione e i richiami al disarmo
contenuti nel suo programma elettorale, la finanziaria 2007 riguardo
le spese militari mostra ancora quanto sia imperante il pensiero unico
della difesa, con un approccio bipartisan che non lascia intravedere
discontinuità con i precedenti governi.
Dopo la flessione delle spese per la difesa avvenuta negli ultimi due
anni del governo Berlusconi, per il prossimo anno il governo Prodi prevede
di destinare al Ministero della Difesa 18.134,5 milioni di euro con
un aumento del 2% rispetto ai 17.782 milioni di euro previsti per il
2006.
All’interno di questo bilancio per esercito, aeronautica e marina (la
cosiddetta Funzione Difesa) la previsione di spesa è di 12.437
milioni di euro. Qui l’aumento della spesa è più elevato,
+2,7% rispetto ai 12.106 del 2006, ed è così suddiviso:
8.940 (+2%) per il personale, 1.940 per l’esercizio (+5,6%) e 1.557
milioni di euro per l’investimento (+3%) .
SICUREZZA E DIFESA
Prima di proseguire un piccolo accenno anche all’Arma dei Carabinieri
(Funzione Sicurezza Pubblica). Infatti pur considerata spesso solo come
funzione di sicurezza pubblica, l’Arma partecipa a pieno titolo a tutte
le missioni militari italiane all’estero, attraverso propri corpi quali,
tra gli altri, i paracadutisti del Tuscania e il Gruppo di Intervento
Speciale (GIS).
La previsione di spesa dell’Arma per il 2007 è di 5.282 milioni
di euro; si tratta di un trascurabile aumento rispetto al 2006 (solo
11 milioni di euro) ma con una diversa storia alle spalle; infatti l’Arma
dei Carabinieri ha usufruito di un costante aumento del bilancio per
tutta la precedente legislatura, passando dai 4.263 milioni di euro
nel 2002 ai 5.271 milioni di euro del 2006 (+23%).
Ritornando alla Funzione Difesa si può vedere come la principale
voce di spesa per le forze armate sia dovuta al personale. Questo è
frutto della professionalizzazione e della scelta di mantenere le forze
armate a 190.000 unità, di cui tra l’altro circa 103.000 soldati
e quasi 87.000 tra ufficiali e sottufficiali: quasi un graduato per
ogni soldato. In effetti si calcola in circa 40.000 il numero dei marescialli
in esubero e in tremila quello degli ufficiali; numeri questi lasciati
in eredità dal precedente modello basato sul servizio di leva.
In effetti risulta sempre più evidente come questo modello a
190.000 uomini (e donne) sia sempre più insostenibile economicamente.
Questo sta portando molti analisti, non certo di estrazione antimilitarista,
a ragionare su un diverso modello, con personale ridotto, in modo da
poter liberare risorse da investire nel funzionamento e nell’acquisto
di sistemi d’arma.
FINANZIARIA
CON SORPRESA
In definitiva un netto aumento su tutte le voci; una chiara inversione
di tendenza rispetto al bilancio dello scorso anno, anche se la spesa
resterebbe al di sotto dei 19.000 milioni di euro, la media annua che
il precedente governo ha dedicato al Ministero della Difesa
Ma come spesso succede quando si tratta di bilanci militari, le cose
non sono mai come appaiono.
Ed ecco che nel Ddl Finanziaria troviamo l’articolo 110, che riserva
100 milioni di euro per le imprese aeronautiche, in particolare con
riferimento al programma EFA (110 per il 2008 e altri 100 per il 2009).
Ma è con altri due articoli che si registra il vero salto quantitativo
nelle spese per la difesa: l’articolo 113 istituisce un fondo di 1.700
milioni di euro per il 2007 (altri 2.750 sono previsti per il biennio
successivo) destinato al finanziamento degli interventi a sostegno dell’economia
nel settore dell’industria nazionale ad elevato contenuto tecnologico;
mentre l’articolo 187 istituisce un fondo di 400 milioni di euro per
il 2007 (che diventano 500 per il 2008 e 2009) destinato a spese di
funzionamento dello strumento militare, più altri 20 milioni
per programmi abitativi per le forze armate.
I COSTI
DELE MISSIONI
Inoltre ci sono sempre i costi della missioni militari all’estero: l’Italia
ha sue truppe in 19 paesi impegnate in 28 missioni militari ed è
il terzo paese al mondo per impegno militare all’estero . Per questo
indubbio privilegio qualcosa andrà pagato; infatti l’articolo
188 prevede per le missioni 1 miliardo di euro, rendendo inoltre automatico
il rifinanziamento delle missioni senza dover passare ogni sei mesi
dal voto parlamentare.
Certo, il governo si è impegnato a stralciare questo articolo
(anche se ad oggi non risulta ancora predisposto l’apposito emendamento,
che andrà comunque votato). Rimane il fatto che, in finanziaria
o con voto semestrale, le missioni saranno rifinanziate; salvo che l’inversione
di rotta nelle relazioni internazionali, di cui si è molto parlato
per la missione in Libano si concretizzi attraverso il ritiro delle
truppe anche dall’Afghanistan.
Tutto questo con buona pace di chi aveva preso sul serio alcuni richiami
al disarmo contenuti del programma di governo dell’unione (“L’Unione
si impegna, nell’ambito della cooperazione europea, a sostenere una
politica che consenta la riduzione delle spese per armamenti”).
MA LE SPESE
NON FINISCONO MAI
Le spese nascoste, però, non sono una novità di questo
governo: quando si parla di spese militari occorre sempre ricordare
che non tutte rientrano nel bilancio della difesa, ma alcune voci finiscono
sotto altri ministeri (ad esempio leggi speciali a sostegno dell’industria
militare).
A questo punto per fare chiarezza ci viene in aiuto la Nato: andando
a leggere i dati che fornisce riguardo le spese militari dei paesi membri
si scopre che per l’Italia le spese per la difesa sono più alte
circa del 20-25% rispetto a questo dichiarato dal Ministero della Difesa
(Fig.A) con un rapporto di spese per la difesa rispetto al Pil che per
l’Italia si attesta per gli anni 2000 mediamente sul 2,0 %, corrispondente
appunto alla media dei Paesi Nato. Questo con buona pace dei lacrimandi
sulle spese militari.
Considerando quindi tutte le risorse di competenza del Ministero della
Difesa ecco che il panorama si fa ancora più fosco: la gestione
delle risorse spettanti al Ministero della Difesa passa dai 18.134,5
milioni di euro dichiarati inizialmente ai 20.354,5 milioni di euro
(spese per le missioni escluse).
Un bel salto avanti rispetto al precedente governo, ma non basta ancora.
Parisi va già oltre: secondo il ministro, infatti, per recuperare
il gap dei precedenti anni occorre investire per manutenzione e nell’addestramento
altri 1.000 milioni di euro, da reperire, dice lui, nel corso dell’anno
attraverso appositi accorgimenti di sostegno, oggi ancora da individuare
.
MA CHI DOBBIAMO ATTACCARE?
Tornando alla lettura del bilancio di previsione del Ministero della
Difesa osserviamo che anche la voce investimenti (la lista della spesa)
crea non pochi dubbi. Si tratta di sistemi d’arma con costi elevati
ed una lunga fase di progettazione, che si traduce in una lievitazione
dei costi anno dopo anno, con il rischio che quando si arriva alla consegna
effettiva si ha un prodotto magari superato da un quadro geopolitico
in evoluzione, ma sicuramente più costoso di quanto previsto
inizialmente.
Inoltre c’è una incongruenza tecnica fra qualità della
spesa e fini dichiarati: la maggior parte dei programmi finanziati da
questo bilancio riguardano infatti sistemi d’arma più adatti
a combattere guerre tradizionali che ad affrontare “il terrorismo internazionale
e la proliferazione delle armi di distruzione di massa”.
Un’occhiata alla parziale lista delle spesa dei principali sistemi d’arma
in fase di acquisizione da parte delle nostre forze armate chiarisce
meglio (i costi sono riferiti all’intero programma di acquisto, spalmato
su più anni; alcuni progetti sono in fase di conclusione, altri,
come il caccia JSF sono alla fase di sviluppo).
* 121 esemplari dell’ EF2000, il cui compito primario è “contrastare
le forze aeree avversarie” (quali?) al costo di 18.100 milioni di euro;
* 22 aerei da trasporto per truppe e materiali C-130J al costo di 1.730
milioni di euro;
* 4 nuovi aerorifornitori B-767 per soli 985 milioni di euro;
* fase di sviluppo del supercaccia statunitense JSF per 1.028 milioni
di euro (l’Italia dovrebbe acquistarne un centinaio al costo di circa
9 miliardi di euro);
* 116 elicotteri NH-90 per 3.350 milioni di euro;
* 4 sommergibili per 920 milioni di euro;
* 12 navi da guerra (Fregate) per 7180 milioni di euro;
* circa 920 tra autoblindo e cingolati per l’esercito per soli 963 milioni
di euro;
* la seconda portaerei, per soli 1.390 milioni di euro (…a cui andranno
aggiunti i costi per i sistemi d’arma);
* 70 obici per l’artiglieria dell’esercito per 414 milioni di euro;
* 3748 milioni di euro per il completamento di tutti i programmi di
sviluppo e acquisizione relativi a sistemi missilistici (più
altri 800 milioni per siluri, missili anticarro e aria-superfice).
ESIBIZIONISMO?
Da qui il triste lamento del generale Fraticelli quando nel 2005, allora
capo di Stato Maggiore dell’Esercito, si chiedeva quale paese l’Italia
pensasse di attaccare quando si accinge ad acquistare centinaia di aerei
da guerra, decine di fregate e la seconda portaerei .
“Al massimo serviranno per esibizioni e qualche crociera”, aggiungeva
il generale dell’esercito, preoccupato soprattutto che le risorse maggiori
andassero a marina e aeronautica. Ed in effetti ci aveva azzeccato.
Consideriamo come è stata avviata la missione in Libano: nelle
precedenti operazioni per trasportare uomini e mezzi a destinazione
si sono utilizzati soprattutto i grandi traghetti in affitto, mentre
per il Libano la Marina Militare ha avuto la sua parata con tanto di
navi da sbarco e portaerei. Il costo dell’operazione si aggira sui 20
milioni di euro, tra spese vive, usura dei mezzi e indennità
per gli equipaggi. Viceversa il costo dell’operazione effettuata tramite
l’utilizzo di traghetti si stima sui 2,5 milioni di euro .
Spreco o investimento per esigenze sceniche? Forse è solo il
ticket che ci è toccato pagare per assistere all’esordio operativo
della “Forza Nazionale di proiezione dal mare”, nuovo costoso giocattolo
che serve a portare le truppe in territori lontano dai confini nazionali.
Comunque resta una strana scelta per l’ammiraglio Biraghi, capo di Stato
Maggiore della Marina, che solo a gennaio di quest’anno paventava il
rischio, causa mancanza di fondi, di dover andare in giro con le divise
rattoppate .
RIDURRE LA SPESA, MA NON SOLO
I numeri ci dicono chiaramente che siamo ancora una volta di fronte
ad un finanziaria in grigioverde, con scelte fatte per sostenere e rilanciare
un insostenibile modello di interventismo militare.
Uno scenario inquietante, soprattutto per chi avesse preso sul serio
i richiami al disarmo contenuti del programma di governo dell’Unione.
A fronte di queste cifre, con quello che significano nella realtà
(ad esempio risorse bruciate, militarizzazione crescente della società
e deterioramento delle relazioni internazionali) diventa sempre più
urgente rivendicare e sostenere le proposte di riduzione delle spese
militari, con l’obiettivo di rendere il modello di difesa più
consono al dettato costituzionale (art.11), ad esempio reinvestendo
parte della cifra risparmiata nella riconversione a fini civili di parte
dell’industria militare impegnata nella produzione di sistemi d’arma
per la proiezione di potenza e dando finalmente attuazione ai progetti
di corpi civili di pace totalmente separati da missioni militari.
Il problema di questo apparato militare non è però solo
nel suo bilancio, nelle risorse che prosciuga togliendole ad altri servizi,
certamente più utili per la “sicurezza” dei cittadini. Il vero
problema continua ad essere il progetto politico per cui questo modello
di difesa è stato creato e a cui è funzionale: cioè
la difesa degli interessi nazionali ovunque si trovino, che si tratti
di pozzi petroliferi in Iraq oppure di “migliorare l’interscambio commerciale
e portare contratti” (così il sottosegretario alla Difesa Forcieri
).
Occorre rimettere in discussione il modello di difesa, ma per questo
il movimento contro la guerra dovrebbe riprendere la parola.

Guerre
& Pace - novembre 2006
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