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sepsa militare
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Una
missione ad alto costo
Emanuela Gioordana,
il manifesto 11 novembre 2006
L'Italia spende 320 milioni di euro all'anno per i militari in Afghanistan.
Alla cooperazione appena un sesto. Ma come vengono utilizzati? Il progetto
giustizia fa la parte del leone. Le briciole allo sviluppo socio-sanitario
Non ha gli stessi costi del contingente americano, la nostra missione
all'interno dell'Isaf. Ma si tratta pur sempre di oltre 320 milioni
di euro all'anno, poco meno di un milione al giorno. A fronte di questa
spesa per mantenere i soldati, l'Italia si è impegnata a spendere
in cooperazione civile negli ultimi quattro anni circa 260 milioni di
euro (di cui 230 effettivamente erogati). Stando così le cose,
sulla carta il nostro paese si sarebbe impegnato a una spesa di circa
un sesto rispetto all'impegno finanziario militare. Ma come li abbiamo
spesi?
La maggior parte parte dei fondi è stata affidata a organismi
internazionali (dal Trust Fund della Banca mondiale alle agenzie Onu,
spesso rispondendo agli appelli del Palazzo di Vetro); la parte del
leone, come singolo impegno, l'ha comunque fatta il Programma giustizia
(ripristino e adeguamento dell'amministrazione giudiziaria, 40 milioni),
un progetto la cui utilità non è certamente di impatto
immediato e che ha estimatori che la considerano un fiore all'occhiello
e detrattori che ne sottolineano una gestione oggetto di polemiche (quando
ad esempio se ne andò sbattendo la porta il giurista Giuseppe
Di Gennaro). Parte dei fondi è stata destinata all'assistenza
tecnica ai ministeri afgani, mentre una quindicina di milioni sono andati
a finanziare le elezioni parlamentari e presidenziali. Un'altra piccola
fetta va alle poche Ong presenti in loco, mentre una consistente parte
dei fondi (40 milioni, di cui 12 erogati) è stata destinata alla
costruzione della strada Maidan Shar-Bamyan, i cui lavori sono iniziati
nel 2006. Fanalino di coda sono gli aiuti nel settore sanitario, forse
quello che avrebbe avuto più senso potenziare. E infine c'è
il buco nero di Herat, dove gli uffici della cooperazione civile appaiono
appaiati alle strutture militari dei controversi Provincial reconstruction
team, organismo di cooperazione tecnica civile-militare gestito dall'esercito.
Con 11 milioni di euro, stanziati tra il 2002 e il 2006 (l'ultima tranche
di 750mila euro è appena stata erogata), a Kabul si sono fatti
in quattro: il sostegno all'ospedale Esteqlal (nosocomio pubblico) fornisce
incentivi al personale ospedaliero (335 dipendenti tra medici, paramedici,
amministrativi e ausiliari), farmaci e materiale sanitario, finanzia
la manutenzione ordinaria. Con una cifra irrisoria, circa 34 mila dollari
al mese, l'assistenza, stando alla Cooperazione italiana, copre 2.500
utenti, a un costo medio per beneficiario di circa 10 euro a persona.
A Herat invece le cose non funzionano così, pur avendo ricevuto
l'ufficio locale, in proporzione, più che Kabul (circa 7/8 milioni
per un'area molto più piccola). Soldi che non riesce a spendere,
proprio per le difficoltà dell'inserimento (avvenuto nel 2004)
nella struttura del Prt, con la conseguente necessità di sottostare
alle regole di sicurezza dell'esercito che rallentano gli interventi.
Sembra abbiano funzionato meglio i progetti di Herat affidati all'Onu
(circa 9 milioni), tra cui quello dell'Oim per la smobilitazione e il
reintegro di centinaia di mujaheddin che viene considerato un successo
dal ministero.
A una prima lettura sembra che gli interventi di impatto immediato sulla
popolazione civile siano scarsamente finanziati e/o di difficile esecuzione.
Se in parte si tratta di un retaggio delle scelte del vecchio governo,
non sembra davvero eccessivo l'apporto di dieci milioni di euro aggiuntivi
per la cooperazione in Afghanistan «strappati» al momento
del rifinanziamento della missione militare e che tra l'altro sono stati
inghiottiti per due terzi dalla Banca mondiale all'ultimo direzionale
di metà ottobre.
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