![]() Disarmo Lombardia Rete regionale contro la guerra |
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SALVIAMO
LA DIFESA TAGLIANDO LE ARMI La legge finanziaria sta entrando nel vivo col passaggio in Aula alla Camera: non è inutile qualche considerazione sulle spese per la Difesa. Prima di tutto occorre chiarire un equivoco: la spesa per il settore Difesa nel nostro Paese non è poi così bassa, come ci vogliono far credere, rispetto agli altri paesi europei. Basta conteggiarla nel suo complesso - come fa per esempio la Nato - e la sua cifra sale dall'attuale ed «ufficiale» 0.96% del pil al 1.8%. Allo 0.96% vanno infatti aggiunte le spese per le missioni internazionali, quelle per lo sviluppo degli armamenti previste dal capitolo sulle attività produttive (ora sviluppo economico), la parte relativa all'arma dei carabinieri che svolge compiti militari, quella per le produzioni dual-use. Così facendo si raggiungono quei 478 dollari pro-capite, addirittura superiori ai 411 dollari pro-capite della Germania e non lontanissimi dai 761 di Francia e dai 748 di Gran Bretagna. Con una differenza però, politicamente non indifferente per un governo di centro-sinistra: che la spesa sociale in quegli stessi paesi è tre volte superiore a quella per la difesa mentre in Italia e quasi uguale (per la Germania, la spesa sociale è di 2.049 euro pro-capite, pari all'8.3% del pil; per la Francia 1.750 euro pari 7.5% del pil; per la Gran Bretagna 1619 euro pari al 6.8% del pil e per l'Italia è di soli 545 euro pari al 2.7% del pil - dati Eurostat). È il vecchio dilemma «burro o cannoni» che fa apparire sproporzionati gli oltre 3257 milioni riservati, da questa finanziaria, agli investimenti in armamenti, rispetto ai 100 milioni per gli asili nido, ai 50 milioni destinati al fondo per la non autosufficienza, alla mancanza di un reddito minimo d'inserimento, per non parlare di un atteso aumento di risorse per la ricerca e l'università. Sproporzionato anche nel rispetto al programma dell'Unione (cfr. pg. 109, «l'Unione s'impegna a sostenere una politica che consenta la riduzione degli armamenti»). Non solo: se, come si sostiene da più parti, l'instabilità degli scenari internazionali è oggi aggravata dalla presenza del terrorismo e delle armi di distruzione di massa (il nucleare soprattutto) occorre affermare che i sistemi d'arma, che questa legge finanziaria sceglie di coprire, sono più il frutto di un intenso lavorio delle lobby delle industrie delle armi (molto potenti in Italia) che della necessità di fare fronte a queste nuove minacce. Il terrorismo, non ci stancheremo di ripeterlo, si combatte innanzitutto con la prevenzione delle cause (la bonifica dei bacini d'odio, l'affrontare l'iniqua distribuzione delle risorse tra paesi sviluppati e non sviluppati, l'impedire il protezionismo eccessivo di paesi ricchi che impedisce l'accesso ai mercati per i paesi poveri determinando così inarrestabili ondate migratorie ecc...) mettendo in primo piano il ruolo della politica. Senza sottovalutare il ruolo dell'intelligence: nella società delle informazioni oggi forse occorrerebbe investire di più in un'informazione satellitare che l'Europa potrebbe possedere in proprio. Ma anche il tema delle armi nucleari riporta la politica in primo piano: fallito il valore della deterrenza, solo una ripresa generalizzata del disarmo nucleare - iniziando con la creazione di macro-regioni denuclearizzate - può arginare questo pericolo. Occorre sollevare questo tema, credendoci, nelle sedi internazionali in pieno rispetto al programma dell'Unione (cfr. pg. 90, «il rafforzamento dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica deve essere affiancato da un rinnovato impegno per la lotta alla povertà, per il disarmo e contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa». Insomma occorre ristabilire il primato della politica estera: è questa - e non gli interessi dell'industria delle armi - a dovere determinare le strategie della politica della Difesa, anche perché molti dei programmi d'armi che continuiamo a finanziare riguardano l'ipotesi di conflitti ad alta intensità che richiedono materiali sofisticati e costosissimi per confrontarsi con un ipotetico avversario parimenti evoluto (per es. l'acquisto di 128 caccia americani JSF). Non è questo lo scenario di riferimento a cui dobbiamo guardare e soprattutto non prescindendo dall'art. 11 della Costituzione e dalle scelte dell'Europa. Andrebbe invece costituito con parte dei 1700 milioni un fondo per la riconversione industriale dal militare al civile, per non fare ricadere le conseguenze sull'occupazione del settore e un fondo per l'istituzione dei corpi civili di pace, previsto dal Programma dell'Unione. Ancora: l'Italia è, dopo la Gran Bretagna, ai primi posti, in Europa, per numero e consistenza degli impegni internazionali delle forze armate. Sono circa 10.000 i militari -uomini e donne- impegnati in missioni all'estero: quasi 40.000 quelli impegnati di fatto, considerando gli avvicendamenti. L'Italia, sempre con la Gran Bretagna è il paese della Nato che fornisce il maggior numero di strutture di comando all'organizzazione militare atlantica. Più basi Nato in Italia che nel resto d'Europa, più contributi economici dall'Italia alla Nato che dal resto dei paesi Europei. È impensabile un ridimensionamento delle une (le basi) e degli altri (contributi economici) per riallineare l'Italia alla media europea e risparmiare un po'? Di più: nel merito della qualità della spesa per la Difesa vanno privilegiate le esigenze dei soggetti (le spese per il personale e quelle per l'esercizio) piuttosto che gli investimenti in armamenti, soprattutto in periodo di risanamento e ristrettezze. E i soggetti sono sia i militari che i dipendenti civili della Difesa. I loro bisogni sono quelli di tutti (stipendi dignitosi, l'alloggio, i servizi sociali) e quelli specifici (addestramento per i militari e riqualificazione per i civili; sicurezza, che significa manutenzione dei mezzi per evitare i rischi di incidenti). Limitare l'addestramento per mancanza di fondi significa mettere in crisi la capacità operativa e la sicurezza di molti reparti (si pensi per esempio ai piloti d'aerei o di elicotteri che non possono effettuare le previste ore di volo di addestramento per mancanza di carburante!). Infine il precariato: va evitato sia per i militari che per i dipendenti civili della difesa.Per i militari: il passaggio all'esercito professionale sta creando illusioni occupazionali per molti dei volontari in ferma breve che non saranno riconfermati e che nel periodo di ferma avrebbero potuto (se fosse passato - nella scorsa legislatura - un nostro emendamento) almeno seguire corsi di qualifica professionale. Cosa s'intende fare per evitare questo spreco formativo? Per i civili: sono tutt'ora numerosi i civili con contratto a termine. Le amministrazioni pubbliche, e la Difesa tra queste, dovrebbero essere tra le prime a regolarizzare la continuità di queste posizioni lavorative. Insomma per non
fare della Difesa «un mondo a parte» ma considerandola «parte
del mondo» occorre soprattutto pensare ai militari come soggetti
titolari di diritti visto che, oggettivamente, sono già gravati
da doveri molto impegnativi.
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